di Maurizio Ambrosini
Ogni anno migliaia di persone legalmente straniere passano il confine invisibile che le separa dalla piena appartenenza al paese in cui hanno scelto di vivere, acquisendone la cittadinanza. Un confine insidioso e pervasivo, non meno di quelli fisici, che limita i loro diritti, li rende espellibili, impedisce di accedere alle posizioni dirigenziali nelle pubbliche amministrazioni, li penalizza nell’ambito dello sport agonistico, e soprattutto li priva di voce nelle scelte politiche. In Italia nel 2023 i nuovi cittadini hanno raggiunto la cifra di 213.600, ed è il secondo dato più alto nell’ambito dell’UE, in cui le “naturalizzazioni” (così curiosamente si chiamano, come se la cittadinanza fosse un dato di natura) hanno superato il milione, come ha ricordato Paolo Lambruschi su questo giornale.
Queste cifre dovrebbero far riflettere: la popolazione italiana è sempre più composita, multietnica, multireligiosa, e si combina in molti modi diversi mediante matrimoni e nuove nascite. Non esiste più, se mai è esistita, una netta distinzione tra italiani a pieno titolo e stranieri residenti. Quello della purezza etnica è un sogno passatista smentito ogni giorno dai processi effettivi di mescolanza e naturalizzazione. Le stesse statistiche andrebbero riformate, poiché la distinzione che propongono è vecchia, basata appunto sullo status giuridico: italiani da una parte, stranieri dall’altra. I nuovi italiani scompaiono.
L’incremento delle naturalizzazioni avviene sotto regole ferme al 1992 e mai riformate. Pur rimanendo in vigore la norma dei dieci anni di residenza, più tre o quattro che il ministero comodamente si prende per esaminare le domande, alla fine le persone maturano i requisiti. Nessuno Stato democratico può bloccare la naturalizzazione degli stranieri residenti, lo fanno Stati dalla fedina democratica discutibile come le petro-monarchie del Golfo. Dunque affermare che la legge va bene così com’è, perché comunque sono in molti ad acquisire la cittadinanza significa fingere d’ignorare che la legge italiana è la più restrittiva dell’Europa occidentale.
In Italia stanno ora arrivando al traguardo gli immigrati entrati nella prima decade di questo secolo: regolarizzati dalle grandi sanatorie dei governi Berlusconi, nel 2002 a seguito della legge Bossi-Fini e nel 2009 con il decreto Maroni, in totale quasi un milione, oppure ricongiunti successivamente ai regolarizzati, o nati in Italia da queste famiglie ricongiunte. Per ironia della sorte, un discreto contingente aggiuntivo, circa 30.000, è prodotto dai discendenti degli antichi emigranti italiani, che nel tempo avevano rinunciato alla cittadinanza italiana o l’avevano persa: proprio quelli che la legge del 1992 aveva voluto privilegiare, e che oggi intasano di domande le anagrafi comunali dei paesi da cui i loro avi erano partiti.
La corsa all’acquisizione della cittadinanza su entrambe le sponde dell’Atlantico ha almeno due spiegazioni molto pratiche, al di là dei pur auspicabili processi di progressiva integrazione. La prima è una reazione ai venti xenofobi che spirano nel mondo sviluppato. Il ragionamento è: prima che passino norme più dure ed escludenti, conviene porsi al riparo entrando nell’area protetta dei cittadini a pieno titolo.
La seconda ragione pratica è il privilegio rappresentato da un passaporto forte. Oltre ai vantaggi interni, un passaporto come quello italiano consente di viaggiare liberamente, quando fra l’altro molte aziende proprio per questo richiedono ai candidati il possesso della cittadinanza. Non solo: un passaporto ben accetto consente di reinsediarsi all’estero. Un numero consistente di ex-immigrati (quasi 19.000 nel 2022) riparte per una seconda emigrazione. La cittadinanza non è più soltanto il simbolo di un’integrazione avvenuta, ma può diventare un ponte verso nuove destinazioni, quando la prima non soddisfa le attese. Non è una bella notizia per il nostro paese.